AA. VV. Che idea morire di marzo

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Che idea morire di marzo

AA. VV. Che idea morire di marzo, Milano, C.S. Leoncavallo,1978, pp. 159

Raccolta che non rivela solo un aspetto importante nella grande rivolta di massa contro la morte che c ‘è stata a Milano, dopo l’uccisione di Iaio e Fausto, rivela anche un fenomeno di cui si è già parlato in altre occasioni, e cioè la tendenza nuova e crescente dei compagni giovani a scrivere e a scriversi. Lo scrivere articoli, saggi o volantini rimane una cosa di pochi, o comunque più legata alle necessità del lavoro e della militanza. Qui stiamo parlando dello scrivere lettere, considerazioni, pezzi di diario, poesie. Forse si può dire poesie in generale, cioè pezzi di comunicazione libera, che volutamente si allontanano sia dal linguaggio parlato che dal linguaggio dell’informazione professionale o politica. Sappiamo che è sempre stato tipico degli adolescenti e delle ragazze delle famiglie colte il fatto di scrivere diari e poesie. Da almeno 10 anni, dall’epoca della cosiddetta scuola di massa e della cosiddetta cultura (o sottocultura) di massa, questa voglia di scrivere non riguarda più solo i figli della media o piccola borghesia, ma anche i figli degli operai. È dal 1976, dall’esplosione del movimento femminista, del movimento giovanile, del “personale è politico “, questo scrivere è diventato ancora più importante, è cambiato. Forse non è aumentato il numero di giovani che scrive, sicuramente sono aumentate le occasioni e le iniziative in cui queste poesie spontanee vengono in qualche modo fatte circolare, diventano un fatto di comunicazione. Una compagna di 23 anni ci ha detto: “Avevo scritto una poesia anche per I’uccisione di Roberto Franceschi (gennaio ’73) ma certo non mi sarei mai sognata di lasciarla dove è stato ucciso”.

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